Mi sedetti accanto a lei, tenendole la mano, ma il mio pollice continuava a sfiorare lo schermo del telefono.
Quel secondo nome.
Dottoressa Melissa Crane.
E come Sarah l’aveva etichettata:
EMERGENZA SE DIANE INTERVIENE
Mi si rivoltò lo stomaco.
“Sarah,” dissi a bassa voce, avvicinandomi in modo che solo lei potesse sentirmi, “quale busta?”
Le sue labbra tremarono. Per un attimo, pensai che non avrebbe risposto.
Poi sussurrò, appena udibile sopra la sirena:
“Risultati degli esami.”
Mi si strinse il petto.
“Che tipo di risultati?”
Aprì gli occhi quel tanto che bastava per incontrare i miei.
“Quelli del bambino.”
In ospedale, tutto si muoveva velocemente.
Troppo velocemente.
Medici. Infermieri. Domande. Macchinari.
Sarah fu portata via in barella quasi subito, circondata da un’équipe come un muro invalicabile.
«Possibile distacco di placenta», ho sentito dire.
«Sofferenza fetale».
«Prepararsi per un cesareo d’urgenza».
Quelle parole mi sembravano irreali.
