«Mamma», disse dolcemente, «vorrei conoscere il nonno».
Per un attimo, non seppi come rispondere.
Io e mio padre non ci parlavamo da diciotto anni.
Nessuna lettera.
Nessuna telefonata.
Niente.
Deglutii e fissai il parabrezza.
«Perché proprio ora?», chiesi a bassa voce.
Daniel scrollò le spalle, ma nella sua voce c’era una calma determinazione.
«Perché è pur sempre mio nonno. E penso… forse è arrivato il momento».
(Solo a scopo illustrativo)
Il viaggio verso la casa della mia infanzia mi sembrò più lungo di quanto ricordassi.
Ogni chilometro era carico di ricordi: alcuni belli, altri dolorosi.
Quando finalmente imboccammo la strada familiare, sentii un nodo alla gola.
La casa era esattamente la stessa.
La staccionata bianca.
La quercia in giardino.
Il portico dove mi sedevo a guardare i temporali estivi.
Daniel spense il motore.
Per un attimo, nessuno dei due parlò.
Poi mi guardò e disse qualcosa di inaspettato.
“Mamma… resta in macchina.”
Sbattei le palpebre.
“Cosa?”
“Voglio parlare prima con lui.”
Il mio istinto era quello di protestare, ma qualcosa nella sua calma sicurezza mi fece fermare.
Così annuii.
Dall’auto guardai Daniel che saliva lentamente lungo il vialetto.
Ogni passo mi faceva battere forte il cuore.
Arrivò alla porta d’ingresso e bussò.
Passarono alcuni secondi.
Poi la porta si aprì.
Mio padre era lì.
Sembrava più vecchio di come lo ricordavo: le spalle leggermente curve, i capelli ormai quasi completamente grigi. Ma era inconfondibilmente lui.
